Il capitano della Juventus, Manuel Locatelli, ha rilasciato una lunga intervista a RivistaUndici.
Ecco le sue parole:
“Tutta la mia famiglia tifava Juve, le prime maglie che abbiamo avuto erano della Juve. Sia io che mio fratello avevamo quella di Del Piero. Poi mi ero fissato tantissimo con Nedved: pensa che quando ero piccolino chiedevo a mia mamma se avessi le gambe come lui, un po’ storte. E mia mamma mi diceva “Sì, sì, come lui”, anche se non era vero. Ma questo ti fa capire cos’era la Juve per me e per la mia famiglia. Per questo oggi è una gioia condivisa e anche una responsabilità in più, perché so che quando vado in campo lo faccio anche per loro”.
IL NO ALL’ARSENAL – “È stata totalmente una scelta di cuore. L’Arsenal è una squadra incredibile, con una grande storia, in un campionato importantissimo. Ma io volevo solamente la Juve, e la volevo già da un anno quando ci ero andato molto vicino. Non volevo ascoltare nessun’altra offerta, i miei agenti impazzivano: mi proponevano altre squadre, e io dicevo “solo la Juve”.
IL COLPO DI FULMINE – “La vittoria a San Siro contro il Milan (2005, nda), con il gol di Trezeguet su assist in rovesciata di Del Piero”.
DEL PIERO – “È vero, giocavo sempre con il numero 10 sulle spalle, ma credo che tanti “vecchi” trequartisti siano diventati poi registi, perché il calcio è cambiato. Anche il mio modo di giocare è cambiato molto, prima mi “sporcavo” sicuramente meno e oggi ho capito che è fondamentale fare tutto, non solo impostare: serve aprire gli spazi, essere intelligente, dare una mano dal punto di vista tattico, essere presente con la personalità, con le parole. Il mio è un ruolo in cui bisogna essere completo in tutto: avere le geometrie è molto importante, però è importante tutto il resto, in primis dare equilibrio alla squadra”.
IL RUOLO – “Credo che dal punto di vista tattico sono cresciuto tantissimo a Sassuolo, dove ho imparato a fare bene le due fasi. Poi alla Juve da questo punto di vista Allegri mi ha dato tantissimo. È un ruolo molto molto complesso ma al tempo stesso bellissimo, perché hai tante responsabilità”.
ESSERE CAPITANO – “Io sono stato fortunato perché ho avuto dei grandi capitani prima di me nella Juve che mi hanno insegnato tanto. Da Giorgio Chiellini, da Leonardo Bonucci, da Danilo, da ognuno di loro ho preso qualcosa, ho cercato di imparare, di osservare. Credo che osservare sia qualcosa di importante e che ancora oggi consiglio tante volte ai ragazzi. Tante volte ci si aspetta che un capitano parli, invece credo che è meglio osservare i più grandi, chi è da più tempo in squadra. Ma mi affido tanto anche allo staff: per esempio parlo tanto con i fisioterapisti, che sono lì da una vita. La Juve è tutto questo, un insieme, non siamo solo noi giocatori. Credo che la vera differenza la faccia la continuità delle cose, di chi sta lì da tanto tempo: se uno rimane alla Juve per molto, vuol dire che se lo merita. E quindi è da qui che passa il mio compito di far capire agli altri la juventinità”.
GLI INSEGNAMENTI DEI GRANDI CAPITANI – “La disciplina del lavoro e la gestione dei momenti difficili. In quelli devi sempre cercare di essere quello che gli altri guardano. Nei momenti complicati i miei compagni devono sapere che io ci sono, questa cosa non deve mai mancare. Perché è in queste situazioni che si vede la personalità. Nel quotidiano devi essere maniacale, devi essere attento ad ogni cosa, devi curare il tuo corpo: gli altri devono vederlo e cercare di impararlo”.
LA PAZIENZA – “Dipende, delle volte perdo la pazienza anch’io e sbraito, ma anche in quei casi devi essere molto attento perché ci sono tanti caratteri diversi, quindi devi sapere anche come dire le cose ai compagni. Ci sono tanti ragazzi giovani, perciò se dici le cose in un modo troppo forte ottieni l’effetto contrario e per questo bisogna cercare anche di essere equilibrati”.
ESSERE LEADER – “Sì, è successo e mi ha fatto molto piacere. Quando una persona ti cerca e ti ringrazia è la cosa più bella. A volte è una semplice questione di atteggiamento, di come ci si allena. Spesso si cercano degli alibi. Io dico: tu devi pensare a te stesso”.
SPALLETTI – “Appena è arrivato mi ha parlato, mi ha detto che aveva fiducia in me e che probabilmente in passato aveva sbagliato qualche scelta, cosa che ha detto anche pubblicamente. È stato fondamentale avvertire da subito questa fiducia da parte sua, mi sono messo subito a disposizione perché è la cosa giusta da fare con un allenatore. Lui è un mister forte, credibile, ha una mentalità vincente, un ingrediente indispensabile alla Juve”.
IL SOGNO – “Vincere un trofeo con la Juve. E alzarlo io”.
