Jürgen Klopp e il devastante Liver-cool: il Normal One ha abbattuto anche il muro del Villarreal

KLOPP LIVERPOOL VILLARREAL – 71% di possesso palla. 20 tiri complessivi a 1. 674 passaggi completati, con una percentuale di precisione degli stessi del 90%, a fronte dei soli 185 degli spagnoli (Uefa.com). Basterebbero questi semplici dati statistici per riassumere il netto predominio che il Liverpool ha imposto nei confronti del Villarreal nel primo atto della semifinale di Champions League, andata in scena ieri sera ad Anfield Road, e che ha visto i Reds battere la compagine iberica per 2-0. 

Un risultato che, per quanto visto e per la mole di gioco e occasioni create, sta oggettivamente stretto agli inglesi e, paradossalmente, non può che essere accolto con cauto ottimismo da parte del Submarino Amarillo, bucato in fin dei conti in sole due occasioni dalla costante marea rossa abbattutasi nella trequarti spagnola per tutti i 90 minuti e che avrebbe potuto portare a un divario, in termini di punteggio, decisamente più rotondo. I numeri dicono tanto ma, spesso, non tutto e, quindi, soffermarsi solo su di essi ridimensionerebbe implicitamente alcuni elementi che le statistiche di fine match non possono per loro matura riassumere e ulteriori, differenti meriti da riconoscere ai padroni di casa.

Un successo che va oltre i numeri

Nonostante il copione della gara fosse decisamente scontato e a prescindere dal dominio tecnico e territoriale osservato, la gara di ieri per i ragazzi di Jürgen Klopp si è rivelata molto più complicata di quanto i sopracitati numeri possano indicare. La prima frazione del match, infatti, ha visto i Reds sbattere ripetutamente contro il solido muro giallo eretto da Unai Emery: l’accortissimo 4-4-2 (all’occorrenza 4-5-1) dell’ex tecnico di Siviglia, PSG e Arsenal aveva come obiettivo, per metà gara raggiunto, quello di chiudere tutte le linee centrali di passaggio e creare contestualmente continui raddoppi sugli esterni, con Lo Celso e Coquelin (due che in teoria esterni puri non sarebbero) chiamati all’estenuante compito di raddoppiare costantemente i clamorosi strappi offensivi degli indiavolati Luis Diaz e Salah, provando poi a pungere in contropiede con la tecnica di Djanuma e, soprattutto, mediante la velocità di Chukwueze (missione, questa, a dire il vero quasi mai riuscita agli ospiti, orfani anche di un elemento imprescindibile nel dialogo e nel cucire il gioco come Gerard Moreno).

La, come sempre, eccelsa organizzazione tattica degli ospiti e le due folte linee difensive erette dinanzi a Geronimo Rulli hanno creato più di qualche difficoltà ai padroni di casa, certamente dominanti ma realmente pericolosi nei primi 45′ solamente nell’occasione di testa sciupata da Mané su grande imbucata di Salah, a margine della conclusione dello stesso egiziano spedita alta su gran invito al volo di Alexander Arnold e con il clamoroso incrocio dei pali da fuori di Thiago Alcantara a fine primo tempo (soluzione tutt’altro che da ripudiare considerate le doti tecniche spaziali del catalano, ma che esplicitano anche le difficoltà dei suoi nel penetrare centralmente e nel trovare varchi tra le strettissime linee avversarie).

La scelta di Jurgen Klopp: Mané ancora prima punta

La scelta di Jürgen Klopp di puntare ancora su Sadio Mané nel ruolo di centravanti ha una duplice motivazione: da un lato quella dettata dall’impatto monstre avuto dal fortissimo funambolo colombiano Luis Diaz (preferito a Jota e Firmino) nella città dei Beatles, dall’altra quella di togliere quanti più punti di riferimento possibili alla rocciosa coppia difensiva iberica composta da Albiol e Pau Torres. Il senegalese ha poi, inoltre, rappresentato il fulcro del feroce pressing attuato fin dal 1′ da parte degli inglesi sullo sviluppo della manovra dal basso degli avversari: l’ex Southampton era la prima pedina deputata a far partire la pressione sui centrali spagnoli dettando, di conseguenza, la stessa anche per il resto della squadra, abilissima nell’impedire a Capoue e, soprattutto, a Parejo di ragionare. Anzi, di respirare.

Difficile imputare qualcosa al Liverpool in termini di approccio alla gara o di mentalità nel primo tempo, vista la prestazione complessivamente ai limiti della perfezione disputata dagli inglesi fin dal fischio d’inizio del match. Al contrario, lo 0-0 maturato al termine della prima frazione è frutto, oltre che di un pizzico di sfortuna, anche della bravura in termini di allineamento difensivo, organizzazione tattica e sacrificio dell’intero undici del Villarreal. Una situazione di sicuro non scontata da gestire all’intervallo per Henderson e compagni, visti gli scherzetti compiuti da Unai Emery contro Juventus e Bayern Monaco, in momenti della gara più o meno simili e che rischiava di destabilizzare mentalmente i Reds.

Come il tecnico tedesco ha disintegrato il muro giallo

Tutto ciò non è, però, decisamente avvenuto. Il merito del Liverpool nella seconda frazione è stato, invece, quello di non farsi prendere dall’ansia di un goal che sembrava proprio non arrivare, mantenendo la pazienza e l’equilibrio tattico che solo le grandi squadre possiedono, continuando a pigiare ulteriormente sull’acceleratore del ritmo, della pressione e dell’intensità e spegnendo sul nascere i timidi tentativi di ripartenza degli spagnoli. La rete, all’apparenza fortunosa, del vantaggio Reds, generata da una deviazione di Estupiñán su cross di Henderson, è in realtà il giusto epilogo di una sublime azione corale e dell’estenuante pressione attuata nella trequarti iberica: dalla giocata di Thiago sulla sinistra fino ad arrivare in maniera a dir poco avvolgente sulla corsia opposta. Quella del raddoppio, poi, quale espressione dell’immensa qualità dei singoli che, nel calcio, è l’elemento che più di tutti fa la differenza in partite tanto complicate.

Una macchina a tratti perfetta che appare addirittura superiore, più forte e maggiormente consapevole di quella che nel 2019 riuscì a portare a casa il massimo trofeo continentale nella finale vinta 2-0 contro il Tottenham. Ciò, è il risultato dell’immenso lavoro portato avanti dal 2015 ad oggi dall’ex trainer di Mainz e BVB, capace di creare una creatura a sua immagine e somiglianza sulla base di concetti quali velocità, verticalità e intensità a dir poco demoniaca. La rete del potenziale 3-0 annullata a Robertson per offside è la perfetta sintesi del credo tattico del coach di Stoccarda: lancio millimetrico di AA per il collega scozzese, nel frangente addirittura in posizione più avanzata di quella dei propri compagni attaccanti, e palla (seppur vanamente) in buca d’angolo. Terzino, per terzino. Meccanismi perfettamente oliati di una filosofia calcistica sempre più Rock e “(Liver)cool” (si ringrazia l’eccezionale Alessia Tarquinio per il tanto simpatico, quanto calzante, assist) che mai come quest’anno elevano il Liverpool, e il suo condottiero, non solo come sempre più accreditata pretendente alla vittoria finale ma anche come modello e fonte di ispirazione per le generazioni di allenatori, giocatori e tifosi presenti e future. Un rapporto che va oltre il rettangolo verde, in grado di toccare anche l’animo più intimo e umano della Kop, sempre più legata al suo condottiero, e destinato a progredire ancora per anni, visto il rinnovo fino al 2026 dello stesso 54enne e del suo staff con il Liver Bird.

 

 

 

By Nicola Cosentino

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