Zaniolo, fantasista dell’Udinese, ha parlato ai microfoni di calciomercato.com, toccando tanti argomenti, dalla Nazionale all’Udinese passando per Mourinho, Leao, la Roma ecc. Intervista fiume per lui. Di seguito le sue parole:
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Partiamo dalla stagione che sta per ricominciare dopo la sosta. Avete iniziato bene, poi qualcosa si è un po’ inceppato prima della sosta. Cosa dobbiamo aspettarci da quest’Udinese al rientro? E tu come stai con il tuo infortunio?
“Abbiamo iniziato molto forte le prime due partite, vincendo col Monza e pareggiando col Como. Diciamo che dopo non è stata la partenza che c’eravamo prefissati all’inizio e sappiamo che dobbiamo migliorare determinate cose. Tutti i giorni ci parliamo internamente per provare a migliorare ciò che ci sta mancando in questo periodo. La sosta sicuramente è servita per lavorare meglio, per ricompattarci e per trovare motivazioni extra. Si riparte e si deve ripartire più forte. Per quanto riguarda me, personalmente tutto a posto. Ho avuto questo piccolo intoppo dopo l’infortunio, ma con lo staff medico stiamo facendo un gran lavoro. Tutti i giorni sono al campo a recuperare e a breve potrò tornare a dare un contributo importante a questa squadra”.
A Udine ci sei tu, poi tanti altri come Ekkelenkamp, Davis, e ora è arrivato anche Alaba. L’Udinese sta tornando a essere un grande punto di riferimento e di lancio, non solo in Italia ma anche in Europa?
“Sicuramente l’Udinese è un club storico italiano, che per sua natura ha sempre avuto grandi giocatori e tanti talenti. L’arrivo di David [Alaba] è una dimostrazione della forza della società, che non vuole fermarsi alla stagione positiva dell’anno scorso, ma punta a cose ancora più grandi. Non devo essere io a descrivere David: è un grande campione, ha giocato in squadre come Real Madrid e Bayern Monaco, e ci porterà sicuramente grande esperienza e mentalità vincente. Siamo felicissimi di averlo con noi. Si è presentato con la massima umiltà, che è ciò che alla fine distingue un grande campione da un giocatore semplicemente forte. Posso parlarne solo bene, è uno dei giocatori che ci servivano e non vedo l’ora di giocare con lui”.
Ci puoi raccontare una curiosità su Kosta Runjaic? Che allenatore è e cosa porta dalle sue esperienze all’estero? Noi lo conosciamo attraverso il filtro della lingua che un po’ lo maschera…
“Il mister è molto diretto e chiaro: se c’è da dire qualcosa di positivo lo dice, se c’è da dire qualcosa di negativo lo dice altrettanto apertamente. Mi piace molto il suo metodo, è un modo di lavorare pratico e basato sul gruppo. Nel calcio di oggi puoi avere la squadra più forte che vuoi, ma se non hai l’unione e la compattezza vai da poche parti. Lui è focalizzato molto su questo. L’anno scorso abbiamo fatto una grande stagione anche per merito suo. Speriamo di poter tornare a sorridere perché ce lo meritiamo per quanto lavoriamo durante la settimana”.
Questa estate si è parlato inevitabilmente del rinnovo del tuo contratto dopo il riscatto dal Galatasaray. Cosa c’era di vero nelle voci che ti accostavano ad altri club, come il Milan, e cosa ti ha spinto a rimanere a Udine?
“È stata un’estate un po’ turbolenta, che mi ha fatto riflettere e capire realmente cosa volevo. La mia intenzione è sempre stata quella di rimanere qua, perché mi sono trovato veramente bene. L’Udinese per me è una famiglia: mi ha accolto, sostenuto e aiutato in tutto e per tutto. Nutro un grande senso di appartenenza e riconoscenza verso questa società. Nel calcio ci sono tante dinamiche contrattuali… c’è stata una piccola trattativa, ma per fortuna tutto si è chiuso nel verso giusto. Gli altri club? Quando fai una stagione positiva è normale che ci siano voci che ti accostano a grandi club, ma io volevo sentire prima l’Udinese. La loro intenzione era tenermi e ora spetta a me ripagare la fiducia in campo”.
Chi è il più forte tra i tuoi compagni all’Udinese? E chi è il più simpatico?
“Ne abbiamo tantissimi di prospettiva molto giovani, ma anche altri di valore, come Solet, Davis… anche Ekkelenkamp e Okoye. Sceglierne uno solo sarebbe una mancanza di rispetto. I più simpatici? Senza dubbio Solet (ride ndr.) ma anche Okoye!”
L’infortunio che stai affrontando e curando ti ha costretto a lasciare il ritiro della Nazionale. Che clima hai trovato nel gruppo di Coverciano? Come vedi questo nuovo percorso azzurro?
“La Nazionale per tutti i calciatori italiani deve essere un obiettivo e un sogno costante, perché quando vesti la maglia azzurra rappresenti una nazione intera. In quei pochi giorni in cui sono stato lì, ho percepito subito questa voglia di far bene, di rinascere, di riportare l’Italia dove merita. Il CT Mancini ha saputo dare subito un’impronta e sono fiducioso che questo nuovo corso porterà grandi soddisfazioni. Per me e per il futuro so che la maglia azzurra è un privilegio e va meritata, il campo è il miglior giudice”.
Hai un rimpianto per non esserci stato a Zenica e di conseguenza all’ultimo Mondiale?
“Più che un rimpianto personale, è il rimpianto di tutti gli italiani. Non importa chi ci fosse in campo, l’importante era andarci e non ci siamo riusciti. Ora ci rimbocchiamo le maniche: tra quattro anni ci sarà un’altra occasione. È iniziato un nuovo ciclo e speriamo sia la volta buona per riportare l’Italia sul palcoscenico che le spetta”.
Che obiettivi ti sei dato per il futuro e con l’Udinese?
“Mi pongo sempre obiettivi a breve termine. Adesso voglio solo tornare in campo e competere ai miei livelli con l’Udinese. Il sogno più grande rimane partecipare a un Mondiale con l’Italia. Con il club l’obiettivo è eguagliare o superare i 50 punti dell’anno scorso. Se possiamo dire Europa? Dobbiamo essere umili. Ti dico che è certo che vorremmo vincere lo scudetto, ma non siamo gli unici… La squadra è forte, possiamo fare grandi cose, ma ci sono tante formazioni attrezzate, serve realismo”.
Il tuo ruolo a Udine, ma anche in Nazionale sta cambiando ed è cambiato molto nel tempo. Un “dieci prestato all’attacco” può essere una definizione corretta per descriverti oggi?
“Ho fatto veramente tanti ruoli nella mia carriera: sono partito da mezzala, da braccetto di centrocampo, per poi spostarmi a destra alla Roma. Gli infortuni mi hanno un po’ tolto l’esplosività che avevo nel fare tutta la fascia e mi hanno spostato più dentro al campo. Penso che il trequartista sia il mio abito perfetto: io devo vedere la porta davanti a me, non averla alle spalle. Posso tirare da fuori, servire assist ai compagni, sono tutte mie caratteristiche”.
Hai citato la Roma. Tornassi indietro, c’è qualcosa che cambieresti nelle scelte fatte o più in generale nell’esperienza in giallorosso?
“La mia parentesi in giallorosso è stata una delle più importanti e di maggior insegnamento della mia vita. Mi porto dentro grandi gioie – la vittoria della Conference League, l’esordio al Bernabéu, il primo gol in Serie A col Sassuolo – ma anche delusioni. A Roma ho lasciato tanti amici, mia moglie è di Roma, il mio primo figlio è nato lì… stiamo persino pensando di tornarci a vivere quando finirà la mia carriera. Forse tante cose non le rifarei, ma senza quegli errori e senza infortuni così gravi come quelli al crociato, oggi non sarei la persona e l’atleta che sono. Mi hanno insegnato a curare il fisico, l’alimentazione e la prevenzione. Oggi non vado in campo senza aver fatto prevenzione. Mi è dispiaciuto chiudere il rapporto in maniera un po’ brusca con l’ambiente, che tuttora tifo e supporto”.
La Roma ora sta provando a sognare in grande con Gasperini, che hai avuto all’Atalanta. Che ricordo hai di lui? Si può dire la parola Scudetto?
“Gasperini è un allenatore incredibile. Riesce a tirar fuori il 120% da ogni giocatore, ti fa volare fisicamente e mentalmente. All’Atalanta io venivo da un problema al quinto metatarso e non potevo soddisfare a pieno le sue richieste, ma ho avuto l’onore di essere allenato da un visionario come lui. Ovunque va lascia il segno, e la Roma quest’anno sta volando. Potranno sicuramente dire la loro per lo Scudetto”.
Con José Mourinho hai reso tantissimo, è tuttora l’allenatore con cui hai chiuso una stagione con più goal e assist. Cosa lo rende davvero “Special”?
“Mourinho è “Special” in tutto: nella gestione, in campo, nella visione della partita. Ci sono tanti aneddoti che potrei raccontare… Dirne uno? È legato alla finale di Conference: io ero in ballottaggio con un altro giocatore tutto il suo staff consigliava di non far giocare me ma lui. E Mourinho allora rispose: “No, domani Nicolò deve giocare perché fa gol”. Altre volte veniva in spogliatoio e diceva: “domani partiamo forte li mettiamo in difficoltà e iniziamo 1-0″ e il giorno dopo si partiva forte e partivamo 1-0. È un maestro. Fuori dal campo mi ha aiutato moltissimo. Tuttora ci sentiamo su WhatsApp, ogni tanto scrive lui, ogni tanto io. Che un allenatore che ha guidato campioni di livello mondiale trovi il tempo spontaneamente per chiedermi come sto, fa capire la grandezza dell’uomo prima ancora del tecnico”.
Nella tua carriere c’è stato un passaggio all’Aston Villa, ti aspettavi di poter far meglio in Premier League? Come ti sei trovato ed eventualmente cosa non ha funzionato?
“La Premier League è l’NBA del calcio, e sinceramente era un mio sogno giocarci. Pensavo anche che il mio stile fosse perfetto per quel calcio. All’inizio giocavo spesso in una stagione che è stata incredibile e in cui abbiamo chiuso centrando la qualificazione alla Champions League. Davanti però c’era tantissima competizione, con campioni come Diaby, Watkins, Rogers, Bailey… Il livello era altissimo, poi diciamo che avevo bisogno di un adattamento in campo, nella vita… anche a livello culturale. E poi devo essere onesto, l’Italia mi mancava molto. Tuttavia credo di essermi tolto grandi soddisfazioni, come vincere 2-0 contro l’Arsenal da titolare. È un’esperienza che ha arricchito il mio bagaglio personale e sono contento di aver contribuito a portare in Champions un club così importante come l’Aston Villa”.
Hai giocato in stadi iconici e importantissimi. Qual è quello che ti ha trasmesso di più? Magari quello del Galatasaray per l’atmosfera?
“È vero (ride ndr.) Ho giocato in stadi fantastici come Anfield, Old Trafford, San Siro, l’Olimpico… Al Galatasaray c’è un tifo irreale, non riesci a sentire un compagno a un metro di distanza e devi parlargli nell’orecchio. Ogni partita ci sono 50/60.000 persone infuocate, sembra sempre come se fosse una finale di Champions League. Certo l’Olimpico… non sto neanche a dirlo, quando spinge ti fa partire già sull’1-0. Lo stadio che però mi è rimasto più dentro è il Bernabéu: giocare lì un Real Madrid-Roma, la mia prima partita ufficiale a quel livello, è qualcosa che non dimenticherò mai”.
Nel corso dell’ultimo mercato Leao è andato proprio al Galatasaray dal Milan. Secondo te che ci hai giocato ha fatto bene?
“Secondo me sì. Leao è un campione di livello mondiale, uno degli esterni più forti in circolazione. Il Galatasaray è una squadra di grande prestigio, fa la Champions League, e il calcio turco sta crescendo moltissimo portando campioni come Osimhen e Sané. Se ha avuto l’opportunità di giocare al Galatasaray, di giocare la Champions col Galatasaray, sicuramente ha fatto bene. Gli auguro il meglio e di continuare a divertirsi facendo vedere a tutti quanto è forte perché anche se non lo conosco direttamente, mi sta comunque simpatico a pelle”.
